Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne (2017)

Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

E’ un 25 Novembre, potrebbe essere un qualunque grigio giorno d’inverno, malinconico come sanno essere i giorni in cui iniziano a spuntare le prime luminarie natalizie, e invece no. Abbiamo deciso di renderlo un giorno ancora più triste, il giorno in cui ci ricordiamo che è stato necessario istituire una giornata per ricordarci che la violenza contro le donne è sbagliata. Sembra una cosa assurda, e in effetti lo è. Abbiamo istituito una giornata, abbiamo creato una parola: femminicidio. Come se il mondo delle donne meritasse una tutela a parte, come se fossero necessarie parole nuove per definire la violenza che si consuma contro di noi. Non mi piace la parola femminicidio, non l’ho mai sopportata. Mi fa sentire un animale protetto, mi fa sentire sola e diversa. Ma non mi va di continuare a parlare di quanto sia triste questa giornata, visto che esiste è giusto che a parlare siano le donne ed è giusto che parlino di loro stesse.

Le donne che vivono forme di violenza sommessa tutti i giorni, quelle che sono state cresciute con l’idea che certi atteggiamenti vadano accettati, e quelle che lottano tutti i giorni per ricordare a queste ultime che si sbagliano. Abbiamo deciso di farle parlare attraverso un percorso fotografico, partendo dall’idea che l’immediatezza dell’immagine sia più efficacie per veicolare messaggi forti come questo. Se anche una sola donna si riconoscerà nei volti e negli attimi di vita che abbiamo fotografato, avremmo vinto. E avremmo vinto perché credo che dietro gli atteggiamenti remissivi e silenziosi che assumiamo ci sia una profonda e disperata solitudine. La solitudine di chi pensa che certe situazioni vadano taciute e metabolizzate all’interno, senza fare rumore, perché il rumore genera domande e non sempre si ha la forza di rispondere.

La prima foto rappresenta proprio questo. Francesca è ingabbiata. Ingabbiata nel ruolo che la società, la sua famiglia, e perché no anche se stessa, le hanno cucito addosso. Ingabbiata in un contesto che la vuole madre perfetta, lavoratrice appagata, sposa devota, donna silenziosa quando serve e di carattere quanto basta. Una gabbia dalla quale non può fare a meno di chiedersi quanto conti quello che lei sente di essere veramente. Una gabbia dalla quale non prova nemmeno ad uscire, perché la risposta alla sua domanda la paralizza, e non le dà la forza di reagire.

Paola ha avuto una bambina. Non si è mai sentita così tanto donna come dopo il parto, ma qualcosa le manca e questa mancanza la vede riflessa tutti i giorni negli occhi di Emma. La ama immensamente, ma non può accettare che la sua vita sia ridotta a quel cambiare pannolini tra una pappa e l’altra, e passa l’intera giornata a chiedersi se esista un modo in cui l’immensa gioia di essere madre possa coniugarsi con la donna che era. Ma Paola non racconta a nessuno del suo stato d’animo, sa che non la capirebbero, sa che chi si lamenta dopo la gioia del parto viene etichettata come ingrata. “Non sai quante donne vorrebbero essere al tuo posto”, le ha ripetuto sua mamma l’unica volta che ha provato a parlarle. “Se non capisce mia madre che è donna, come potrebbe capire mio marito?”, si ripete lei quando Marco le chiede come sia andata la giornata.  

Francesca ha appena trovato lavoro invece. Dopo mesi di Curriculum inviati le sembra finalmente di avere un posto nel mondo. Le piace truccarsi e indossare gonne, ma il primo giorno ha capito subito che essere se stessa non avrebbe ripagato. I colleghi non la prendevano sul serio, poteva sentire chiaramente le loro battutine al suo passaggio, così come i loro sguardi cadere costantemente sulle sue gambe quando parlava. E’ un avvocato, ma quel primo giorno tutti quelli a cui aveva chiesto informazioni, con molta naturalezza, l’avevano indirizzata verso la postazione della nuova segretaria. Dal secondo giorno indossa solo pantaloni, evita le scollature e si trucca poco.

Riccardo è un modello di intimo. L’hanno ingaggiato per una campagna pubblicitaria, deve indossare delle mutande, gli viene chiesto uno sguardo convincente e una posa plastica e sicura. Anche Luisa è una modella di intimo, ma a lei non richiedono un particolare sguardo o una specifica posa, perché non si vedrà nulla della sua persona. Vogliono il suo sedere, nulla di più.

Marta ascolta il dottore parlare, ma non riesce a concentrarsi sulle sue parole. Le sembra di guardarsi dall’esterno, lei, piccola piccola, impegnata a fare una cosa così grande. Non che non ci avesse mai pensato ad avere un figlio, ma non in quel modo. Non in quel momento, non con quella solitudine. Era già stata lei una figlia non desiderata, e si era ripromessa, come spesso capita ai figli, di fare qualcosa di meglio dei suoi genitori. Paolo se n’è lavato le mani, “non sono pronto per avere un figlio”. Solo queste le sue parole prima di andarsene, come se lei invece lo fosse, o peggio ancora, come se lei invece fosse pronta ad abortire.

Francesca ha smesso di mangiare. E’ in quella fase in cui l’accettazione di sé passa attraverso il numero di sguardi che ricevi quando il tuo corpo è strizzato in un vestitino aderente. “Sono pochi”, si ripete. La spiegazione l’ha trovata accendendo la tv su un qualunque programma e guardando i cartelloni pubblicitari per strada. “Hanno tutte una 38 queste donne, hanno sederi sodi e seni importanti. Se non divento così non mi guarderà nessuno.” E allora i carboidrati diventano il riflesso di quell’immagine che vede nello specchio, troppo arrotondata per piacere, troppo fuori canoni per attrarre, troppo difficile da portare addosso per accettarsi.

Anche Margherita ha problemi con il suo corpo, ma lei è andata oltre. Si è convinta, ormai, che il suo non sia più un problema di cibo, ma della sua naturale conformazione fisica. Ha comprato una guaina dimagrante, con la quale fantastica su cosa vorrebbe che un ipotetico chirurgo che non si può permettere tagliuzzasse di lei. “Un po’ di pancia, un po’ di fianchi, un po’ di cosce, e poi sarei perfetta!”.

Orlando è il papà di Federico e Aurora. Nella sua testa i figli sono tutti uguali, ma non gli viene proprio di comportarsi allo stesso modo con loro. Con Aurora si sente iper-protettivo, gli sale l’ansia quando ancora piccolina manifesta già le prime avvisaglie di femminilità. Vederla scegliere una gonnellina corta lo rimanda immediatamente a quando sarà adolescente e racconterà di dormire da un’amica per andare dal suo ragazzo. “La chiudo in casa, controllerò cosa si mette prima di uscire, l’accompagnerò da tutte le parti”, si ripete interiormente. Sa di essere troppo radicale, ma spontaneamente con lei si sente di doverlo essere. Federico no, Federico è un maschio, saprà badare a se stesso, saprà definirsi e formarsi in autonomia senza far preoccupare i suoi genitori.

Alla fine di questo percorso fotografico resta fuori una foto, a cui non mi sento di essere capace di dare una voce. E’ l’immagine di uno stupro, e per le donne che si riconosceranno in questa, credo, non c’è assolutamente bisogno di questo tipo di rumore. Ci sarebbe bisogno del rumore delle istituzioni, di un rumore diverso, di un rumore che non sarà certo prodotto dall’ipocrisia di aver semplicemente istituito una giornata contro la violenza su di noi.

L’ultima foto l’abbiamo voluta allegra, l’abbiamo intesa come una sorta di rivincita, quella che tutto sommato ci prendiamo ogni volta che riusciamo a non sacrificare noi stesse, ogni volta che non rinunciamo a niente e facciamo in modo di trovarci precisamente nel posto in cui avremmo voluto essere. Ma soprattutto, la rivincita di chi ha la percezione di aver fatto tutto secondo la propria volontà, senza condizionamenti esterni, senza l’incombenza di fantasmi culturali invadenti o pesanti pregiudizi sessisti.

Perché alla fine, nel complesso, avremmo davvero poco da sorridere, eppure la nostra forza è che continuiamo a farlo.

Scritto da: Saria Rotundo

 

Fotografo: Francesco Guarnieri

Modelle e Modelli: Francesca Caprioli, Paola Senatore, Riccardo China, Orlando Guarnieri

Make-up Artist: Marika Gambatese 

Hair Stylist: Giorgia Iacomini

 

*Un ringraziamento particolare va ai genitori dei piccoli Aurora e Federico.

 

 

Clocharme

Quando, incuriosito dal cogliere la sottile, quasi impercettibile, ma netta, quantomeno nell’immaginario collettivo, differenza tra le definizioni di clochard e barbone ho aperto La Treccani, ho letto semplicemente “…barbone, mendicante, vagabondo.

A ben vedere, invece, il clochard si carica di un’aura di nobiltà, non una semplice traduzione in francese del quasi intollerabile barbone, che rimanda troppo spesso e quasi esclusivamente ad un fastidioso impatto olfattivo, ad un senso di colpevole nullafacenza, piuttosto che allo stato d’abbandono, al taglio netto che più o meno spontaneamente e consapevolmente questi opera nei confronti del passato. 

Immediata è la connessione mentale tra clochard e stazioni ferroviarie, luoghi che divengono vere e proprie dimore, domicili nel senso strettamente civilistico del termine, luoghi in cui la persona stabilisce la sede principale dei suoi affari e interessi, interessi non solo di natura economica, ma anche personale e sociale, luoghi in cui più in generale si svolge l’intera vita della persona fisica.

E quale bisogno più importante se non l’amore?

Il reportage parte proprio da questo: racconta dell’amore tra due giovani clochard nella cornice della solitudine della Stazione Prenestina.

Sul ciglio della strada, tra i cartoni che fan da letto, un uomo giace. Non più il calore di una casa, di una vita rassicurante ad accompagnarlo. Stringe però a sé il suo tutto, la sua compagna di vita, nell’esplicazione più verace dell’inflazionato “due cuori e una capanna”.

Giacciono illuminati dalla fioca luce lunare, coloro che tutto han deciso d’abbandonare, da tutto han deciso d’estraniarsi…ma hanno deciso di farlo insieme.

 

Da un’idea di: Orlando Guarnieri

Fotografo: Francesco Guarnieri

Make-up Artist: Emily Francesconi

Modelli: Martina Califano – Giovanni De Toma